Gregorio Prestia, vita e opere di un artista vibonese, come un romanzo
“La sua biografia di artista – scrive Mauro Francesco Minervino – sin da principio non si abbraccia alla riproposizione di un canone, travalica spesso il margine locale del paese, non si aggrappa mai alla speculare tradizione delle forme del passato, alla facile ripetizione di una tradizione consegnata a iconografie e temi passatisti e nostalgici”.
“Prestia – aggiunge Giancarlo Di Fede, artista vibonese ancora oggi in piena attività – riesce a scorgere il senso della scultura moderna, della “identificazione del concetto”, non lasciandosi però rapire – ed è la sua originalità – dalla crudezza degli stilemi post-moderni. Questa scelta, a me pare, non lo relega tra gli scultori minori, lo inserisce al contrario tra i precursori della “nuova figurazione” che pur raccontando il mondo, ne descrivono la sua realtà tra concetto ed un segno che non rinuncia alla sua riconoscibile semantica”.
Secondo Ghislain Mayaud: “Prestia traduce lo sforzo dell’uomo che tenta di conciliare le contraddizioni umane svelate dal caos delle apparenze. Vanità e crudeltà, due monologhi peccaminosi e tragici destinati a vagare senza riposo nella materia del gesso e del bronzo. Le mani dell’autore aprono le porte alla fragilità umana per tradurre la scioccante inutilità e superficialità delle cose”.
“Animato da un acuto e perspicace senso di ricerca poetica – scrive Reginaldo D’Agostino, che fu suo allievo – egli, tanto che abbia trattato la figura quanto il paesaggio, tanto che si sia attenuto a formati consueti quanto che abbia preferito esercitare l’agile stecca su gruppi o bassorilievi di vaste dimensioni e di larga fattura, tanto che si sia ispirato alla Calabria che gli ha dato i natali o all’arte Incas che ebbe modo di “avvicinare” in quell’America del Sud dove provò la struggente tristezza dell’emigrato, quanto che si sia ispirato alla scultura greca o italiota alla cui razza fiera ed energica appartenne, è riuscito sempre a farsi ammirare, criticare ed invidiare”.

Il profeta di nuovi spazi plastici
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